
-RECENSIONE
-Serj Tankian e Daron Malakian si conoscevano, di vista, sin da bambini. Entrambi avevano frequentato la Alex Pilibos High School, una scuola parrocchiale armena. Unica differenza: Serj era del 1967, Daron del 1974. Non avevano perciò mai avuto modo di incontrarsi, parlarsi, condividere assieme la passione per la musica. E poi c’era quel ragazzone alto, abbastanza magro, dal nome impronunciabile di Shavarsh Odadjian (anche se per gli amici era noto come Shavo). Un anno più vecchio di Daron, viveva con la nonna. I suoi genitori non si sapeva dove fossero finiti: chi dice morti, chi dice separati. Lui non diceva nulla, almeno.
Sì, certe volte il destino è davvero bizzarro. Accade che un giorno Serj Tankian, in uno studio di registrazione di Los Angeles, ha modo di sentire, in modo del tutto casuale, Daron Malakian che suona la chitarra con verve e tecnica sopraffina. E, a quanto pare, Tankian ne rimane colpito, tanto da fermarlo il giorno stesso, fargli qualche domanda, capire che il figlio dello scultore armeno Vartan Malakian ha i suoi stessi gusti musicali. Certo, l’idea di creare una band con cui suonare assieme è un po’ardita, ma a quanto pare, ancora una volta il coraggio paga. Tempo giusto un paio di settimane, il convincimento di due vecchi amici (Dave Hagopyn al basso e Domingo Laranio alla batteria), detto, fatto: nel 1993 nascono i Soil. Ma, a quanto pare, non è il progetto giusto: nonostante tutti i tentativi per emergere dal mucchio, il gruppo si limita ad offrire qualche live in vari locali di L.A., senza scalfire il minimo interesse fra gli astanti. Lo scioglimento è inevitabile. Addio, sogni di gloria. Forse. Perché, passato qualche mese, Tankian e Malakian, all’insaputa di tutti, decidono di riprovarci. E, in un pomeriggio qualsiasi, mentre i due stanno cercando di buttare giù qualcosa, cercando di rincorrere quella dannata utopia che si chiama successo, Serj Tankian scopre, in un cassetto di un armadio in casa Malakian, una poesia, di un anonimo armeno, intitolata “Victims Of A Down”. Ed è l’inizio dell’apoteosi. Dopo essersi assunti come nomea, a pieno regime, il titolo di quella vecchia poesia, l’inarrestabile duo arruola altri due componenti (il famoso Shavarsh Odadjian al basso e Andranik Khachaturian, detto Andy, alla batteria) e comincia a fare sul serio, registrando alcuni demo autoprodotti, sempre nella nativa L.A.
Ma il destino non finisce di stupire. Perché, quando tutto sembra a posto, arriva l’ennesima mazzata. Khachaturian decide di lasciare il gruppo, in seguito a litigi con gli altri membri. Siamo nel 1996: tutto questo si può trasformare nella mazzata finale, ed invece i tre trovano subito un più che degno sostituto, il libanese John Dolmayan. Ed è un ennesimo taglio con il passato: il nome si trasforma, definitivamente, in System of a Down, per andare ad abbracciare l’intera società in sostituzione della singola Victims. Ed ecco, capita che, quando è in programma una loro ennesima esibizione live in un ennesimo locale, fortunosamente ci sia da quelle parti un certo Rick Rubin, manager, nonché guru, di moltissime band della scena metal (una fra tutte, gli Slayer). E’ un colpo di fulmine: poco tempo dopo, i SOAD sono messi sotto contratto dal manager, che li aiuta, nelle recording session, a migliorare la tenuta e la qualità di suono. 1998: dopo tanti travagli, tante difficoltà, troppe incomprensioni, i System of a Down esordiscono col botto sulla scena metal mondiale, con il loro primo, omonimo lavoro.
La password per accedere a quest’album è: aggressività. Scordatevi i mandolini di “Soldier Side”, scordatevi i morbidi cantati di pezzi come “Roulette”, scordatevi anche l’incrocio armonioso delle due voci. E’ aggressività, in pieno stile metal, senza alcun compromesso melodico. Ed è aggressività sin dalla copertina: la mano, protesa in avanti, che cerca di ghermire con forza qualcuno (o qualcosa?) è il perfetto preludio a quella che sarà una vera e propria esplosione, sia sotto l’aspetto stilistico, sia sotto quello creativo, sia sotto quello emozionale.
Il sipario viene alzato su “Suite-Pee”, brano dalla breve durata, che coniuga una formidabile freschezza sonora con la rabbia tipica delle sfuriate slayeriane, senza dimenticare una bizzarra ed originale vena compositrice: esemplare il riff, acido e diretto, che apre il pezzo (uno dei più belli negli ultimi dieci anni), o ancora i continui cambi di tempo (“The following of the Christ, the following of the Christ, the following of the Christ, the falling of Christ, the falling of Christ, the falling of Christ!”). Il testimone viene poi successivamente passato a “Know”, durissima sfuriata contro la società attuale, vista come una sorta di “Grande Fratello”, che alterna l’ipnotismo orientaleggiante delle strofe con il crossover roccioso del ritornello, sottofondo ideale per l’alternanza screaming/growl attuata dal cantante. Spazio anche alla sarcastica goliardia del singolo trainante, “Sugar”, (“Who, can believe you, who, can believe you, let your mother’s pray!”), una sorta di spettacolo circense in cui vengono amalgamati, in un generale, folle autocompiacimento, il nu-metal più classico con urla schizofreniche e carillon dal tocco semitico, per poi far sfociare il tutto in un epilogo straniante, con Tankian che riesce a cambiare il timbro vocalico sei o sette volte consecutivamente (dal sussurrato al growl, allo screaming, al teatrale, al romantico) mentre sotto di lui si estende una foresta di rumore assortito. Si ha un brusco cambio di tono con la quarta “Suggestions”, composizione dalla spiccata ridondanza etnica, veloce e nervosa, dove il cantato del singer si spezzetta nevrastenicamente in urla sconnesse, per poi riunirsi, in modo armonioso, in una sottoforma di melodia psichedelica, ad alto tasso sismico. E, come tutti i grandi album che si rispettino, anche questo lavoro presenta una “pecora nera” fra le sue tracce: si tratta di “Spiders”, secondo singolo estratto e quinta canzone del disco, un buco nero onirico e autodistruttivo, tanto malinconico quanto impenetrabile, minimalista fino all’osso, con la sola chitarra (eccezion fatta per il ritornello) che accompagna, soffusamente, la carezzevole voce di Tankian, tristemente sognante. Ed arriva anche l’assolo: meno crudo ed invasivo del solito, proiettato nel grande cielo notturno della nostra mente. Ma, seppur riuscitissima, “Spiders” è un’eccezione: la cabarettistica “Ddevil” ne dà piena conferma, grazie alla maggiore, costante presenza della batteria di Dolmayan, la cui doppia cassa martella sotto gli psicotici vocalizzi del singer e le geniali invenzioni del basso di Odadjian. Ma il gruppo non finisce mai di stupire: la successiva “Soil” (tributo al primissimo nucleo del complesso), aperta da un giro di chitarra in stile Far West, è una sorta di litania religiosa, completa di growl, srotolata su di un tappeto di tempi dispari e di riff cavallereschi. E’ giunto il tempo di uno dei capisaldi dell’intero lavoro, “War?”, una sfuriata al vetriolo (da applausi gli accordi inziali, firmati Malakian), pungente ed amara (“We will fight the heathens!”), contro tutte le guerre di religione, nella prima parte: una preghiera riflessiva, distaccata e glaciale, con tanto di cori baritonali in sottofondo, nella seconda parte, prima della nuova, rinnovata esplosione. Il brano seguente, “Mind” (ben sei minuti e sedici) è la vera perla del disco, l’illuminazione massima, la vera fonte di ispirazione. Un tunnel buio ed ansioso nella prima parte, dove un robotico basso introduce il cantato ammaliante di Tankian: un’improvvisa esplosione di rabbia (“Go away, go away, go away!”), con un successivo, maestoso growl, che sfocia in una strofa psichedelica, in attesa di riversare nuova rabbia nel ritornello successivo; un fuoco incrociato di ruggiti animaleschi e doppia cassa, che porta ad un allucinante urlo; una seguente tregua, che porta il segno di un’amarezza agrodolce, espressa al meglio nel confronto con la chitarra strisciante di Malakian; e poi di nuovo rabbia, rabbia, rabbia, manifestata attraverso sei corde, come un drumming supersonico, come un growl lacerante ed implacabile… ed alla fine, tutto collassa su sé stesso, per riportarsi alla fase iniziale di stallo, in cui non rimane che abbandonarsi, sconfitti, per “Look an each other”. E non è certo finita qui: in completa antitesi con il suo predecessore, arriva “Peephole”, una cavalcata veleggiante fra sonorità folk (si sente addirittura una fisarmonica), trip acidi ed impasticcati (l’assolo che non sfigurerebbe affatto in un album come “Screamadelica”) e crossover spigolosi, limitati solo parzialmente dall’ugola d’oro di Tankian, abilissimo a creare un’antitesi fra le parti vocali e quelle strumentali. Non c’è tempo di fermarsi: come un treno in corsa, parte la velocissima “Cube(rt)”, dominata in lungo ed in largo dal carisma di Dolmayan, supportato perfettamente dal lavoro combinato di chitarra e basso, che si spostano, con assoluta nonchalance, fra toni altissimi, quasi stridenti, e toni molto più bassi. Siamo alle battute finali: “Darts” (ascoltate l’apertura: è identica al giro di chitarra che sostiene “A.D.D.”…) è un folle caleidoscopio di urla scollegate fra loro, velocissimi riff che rimbombano da ogni parte del lettore cd, inaspettati cambi di tempo, che sorprendono l’ascoltatore. E la chiusura, in pompa magna, è affidata al brano più aggressivo del cd: “P.L.U.C.K. (Politically Lying, Unholy, Cowardly Killers)” è dedicata al genocidio subito dagli Armeni, da parte dei Turchi, nello svolgimento della Prima Guerra Mondiale. Come prevedibile, è un potentissimo terremoto sonoro, a metà fra il thrash metal e l’hardcore, che trasuda furore da ogni poro: urla stridule e lunghissime, alternate ai soliti growl, vengono accompagnate da una sezione strumentale molto cruda e velocissima, che riprende fiato per pochi istanti, prima di implodere nuovamente, con una deflagrazione accecante, lasciando un senso di sconforto e profonda amarezza.
I System of a Down, insomma, hanno fatto il classico esordio con il botto: a cercare il pelo nell’uovo, si potrebbe rimproverare al quartetto armeno-losangelino di aver lasciato uno spazio assai ridotto per le melodia, elemento-chiave che darà la marcia in più al seguente, capolavoro, “Toxicity” (2001). E’ tuttavia vero che canzoni di tale potenza non verranno più considerate, nei seguenti lavori: questo album va quindi tenuto stretto, lontano dalla polvere dell’oblio, come preziosa testimonianza dei System che furono e che, forse, non saranno mai più.
SONGS1. Suite-Pee
2. Know
3. Sugar
4. Suggestions
5. Spiders
6. DDevil
7. Soil
8. War?
9. Mind
10. Peephole
11. CUBert
12. Darts
13. P.L.U.C.K.
NN male questo album...ci sn canzoni interessanti come sugar e spiders...voi ke dite?





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